Uno
L’odore dolciastro e leggermente acido delle macchinette del caffè si mescolava a quello di fumo stantio, nel grande seminterrato illuminato fiocamente dalle verdognole luci al neon.
Il primo caffè del mattino, per avere la forza di trascinarsi negli uffici ai piani superiori e far partire una nuova giornata di lavoro. Serviva a scrollarsi di dosso il freddo, e la nebbia lattiginosa che restava testardamente appiccicata ai vestiti.
Brusio ovattato, di raucedini mattutine, occhi gonfi di sonno, vapore che cola lentamente lungo le pareti di cemento grigio.
Per lei è tutto nuovo. Perfino quegli stanchi gesti abitudinari le sembrano piacevoli. Poco più di vent’anni e una sola consapevolezza. Quella di volere di più. Più di quanto la vita in una cittadina di provincia sia in grado di offrire a un’anima inquieta e vagabonda come lei.
Perché questa vita senza prospettive le sta troppo stretta. Non le basta. Vuole conoscere, scoprire, cambiare. Cosa poi, proprio non ne ha idea. Però continua a immaginare quel giorno in cui tornerà e potrà mostrarsi diversa. Potrà dire “Eccomi. Ho fatto questo e questo. Adesso sono così. Questo sono diventata. Adesso sono io”.
E allora.
Partire. Lasciare tutto e andare incontro al proprio destino, con l’ingenua illusione di poterlo costruire. A scuola era facile, una passeggiata. Qui è tutta un’altra storia. Qui è tutto vero.
Trovare un lavoro, un lavoro qualsiasi, purché sia altrove. Lontano.
E così che è arrivata nel seminterrato.
Il principio di una vita nuova.
Stringe tra le mani un bicchierino di plastica bianco. Fumante.
Caffè-macchiato-lungo-dolce, dice la scritta sulla macchinetta. E intanto cerca di ricordare i nomi delle persone che le stanno presentando. Si sforza di mostrare un’espressione attenta e interessata. Non devono accorgersi della sua paura. Anche se è così forte che si può fiutare. Non devono accorgersi che lei non è nessuno, che non vale proprio niente, che non merita quel lavoro, che chissà come diavolo ha fatto a farsi assumere, che non sa proprio nulla di nulla.
Alza la testa e sorride. Magari ci cascheranno.
In fondo allo stanzone un enorme portone grigio con i maniglioni antipanico rossi porta direttamente al parcheggio sotterraneo. Da qui si snoda un dedalo di corridoi che collega tra loro tutti i palazzi degli uffici e della mensa. Fissa il portone e si domanda se arriverà mai il giorno in cui saprà percorrerli senza perdersi.
Il portone si apre con un rumore sordo, entra un gruppetto di persone assonnate e subito si richiude dietro di loro con un tonfo, che per un istante risucchia nel silenzio le chiacchiere degli impiegati. Qualcuno lancia uno sguardo distratto, automatico, controlla chi sta entrando e poi torna meccanicamente sulla conversazione. Il brusio riprende.
Un istante.
Cos’è che rende un semplice istante un fotogramma che non si cancellerà mai dalla memoria?
Per quanto la memoria possa modificarne impercettibilmente i dettagli -è possibile che le pareti non fossero proprio grigie-, per quanto non ricordi assolutamente chi fossero davvero gli altri presenti- può solo immaginarlo, ricostruendo il flusso degli eventi successivi, quell’istante si fissa per sempre nel suo cervello.
Click.
Sinapsi che lampeggiano sullo schermo come sciami di lucciole impazzite.
Una figura. Una persona. Un volto. Lo sguardo la mette a fuoco, all’improvviso. Forse è entrato con quel gruppetto. Forse era già lì.
Indossa un maglione di lana giallo, lavorato a costa inglese, come le maglie in stile marina yachting, e dei jeans scoloriti. Ai piedi un vecchio paio di Superga. Le Superga bianche. Cioè, non proprio bianche, piuttosto quel colore che hanno le cime delle barche. Sporche.
L’aria di chi non ha dormito un granché. La barba mediamente incolta. I capelli appena troppo lunghi sugli occhi, e un paio di quegli occhiali tondi che fanno un po’ artista stravagante. Una pelle scura, che sa di penombra mattutina, e del calore che hanno le lenzuola quando ti svegli e non devi correre al lavoro.
Ha una valigetta in policarbonato bianco, che regge portandola stretta tra le ginocchia, perché le mani gli servono per tenere un bicchierino e mescolarne lentamente il contenuto, come in uno stanco rituale.
Caffe’-macchiato-lungo-dolce.
L’anulare della mano sinistra -quella stretta intorno al bicchiere- sembra lievemente più rigido delle altre dita, più teso, come se scottasse. Gli uomini sposati da poco hanno un modo tutto particolare di portare la fede. Da come brilla si direbbe che è piuttosto nuova.
Com’è che ci si ri-conosce?
In mezzo a tante persone mai viste. All’improvviso qualcuno che non hai mai visto, ma è come se fosse sempre stato lì, in quel fotogramma. Qualcuno di familiare. Non saprai mai se è il suo aspetto, o l’abbigliamento, o il modo in cui si muove, o il suo odore addirittura, ma è qualcosa. Che sai di avere anche tu, dentro, nel profondo, da qualche parte. Probabilmente nell’anima, se esiste. Qualunque cosa sia.
All’improvviso si rende conto di averlo fissato anche troppo a lungo. Cazzo, magari se n’è accorto. Che figura. Si volta di nuovo sorridendo verso il suo gruppetto di interlocutori. Ma sul fondo dei pensieri, proprio dietro la nuca, le resta appesa una vaga sensazione premonitoria. Non saprebbe spiegare come, o perché, però in qualche modo sa che non è stato un caso se il suo cervello ha scattato quella foto. Così intensa poi… non capita molto spesso. Sorride ancora e non riesce ad impedirsi di scuotere leggermente le spalle. “Sono la solita strega” pensa fra sè.
Zwei
A volte è strano come tutto inizi così, come se fosse un gioco nel quale non siamo noi i giocatori, bensì solo gli attenti osservatori di meccanismi che non conosciamo. Guardiamo i giocatori, le pedine sul tavolo e ascoltiamo le risate, le parole; una confusione di voci tale che ci chiediamo come facciano a capirsi, dato che si parlano l’uno sull’altro, addosso. Ci troviamo a girare intorno a queste persone, ridiamo con loro, rispondiamo e commentiamo le loro frasi. Cade una pedina, ci abbassiamo per raccoglierla ma non riusciamo ad afferrarla: la nostra mano attraversa quel piccolo oggetto, la nostra mano è vuota.
Cosa succede?
Le voci di queste persone entrano nella nostre orecchie, i loro sguardi oltrepassano il nostro, e tutto diventa più chiaro… loro non ci vedono… ma come può essere?
Noi li vediamo, li sentiamo, ci avviciniamo a loro, sfioriamo un braccio, ma nulla. La mano oltrepassa quel tessuto, quella pelle, quelle ossa come se fossero aria, e poi li guardiamo più attentamente. Noi non stiamo ascoltando le loro parole ma solo i loro pensieri; solo quei pensieri che nessuno avrebbe mai il coraggio di esternare e che forse neanche loro si rendono conto di dire a loro stessi.
Nulla di più vero, nulla di più falso. Pensieri che non si dicono perché solo quando diamo il nome alle cose queste divengono reali. Pensieri che sgorgano da chissà dove, da un luogo nel quale nessuno potrà mai andare e forse perchè semplicemente ne ha troppa paura. Ma noi siamo lì, attenti osservatori prima, ed ora anche custodi di intimi segreti; solo noi e nessun altro. E se solo uno di loro sapesse che c’è una persona presente, in carne ed ossa, che sa fare tutto questo, una persona cui non serve essere invisibile agli occhi di tutti, perchè in realtà non viene realmente guardata, dato che quello che può fare nessuno lo sa.
Una persona che non entra nei pensieri ma che, suo malgrado, ne è custode.
Una persona che non può raccontare il suo segreto.
Una persona che a volte vorrebbe chiudere la porta del proprio cuore perché è solo grazie a questo che può ascoltare i pensieri segreti, ma che non lo fa perché non è stata lei a chiedere quel dono.
Una persona che a volte si ritrova a piangere perché tutti quei pensieri le si conficcano nelle carni come aghi.
Una persona che vorrebbe avvicinarsi e dire una parola di conforto ma che non può perché non è un dono da esibire. Ma se ognuno di noi conoscesse il segreto di questa persona riuscirebbe a crederle?
E’ strano rendermi conto di come la mia testa sia un turbinio di pensieri inespressi, ma forse è meglio concentrarsi solo su tutte queste voci reali; per ora la mia vita sarà qui dentro e questa volta ho deciso di ricominciare daccapo.
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