E basta. Chiamiamo le cose con il loro nome. Le parole hanno un significato. Per dirla con Mario Moretti: “le parole sono importanti!”.
Sono stufo di sentir parlarebarrapubblicizzare di rinnovare “il canone di abbonamento alla televisione”. Dicendo così sembra quasi che sia possibile smettere di pagarlo in qualsiasi momento; io un abbonamento se voglio, se non mi interessa più il servizio, lo disdico quando mi pare, ma sappiamo bene che non è così. Diciamolo a tutti, gridiamolo ai quattro venti: non si tratta di un abbonamento ma di una tassa di proprietà, una tassa sulla “detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive”. Per cui non si parla solo di televisioni ma sì, anche della tua bella scheda video con cui guardi le trasmissioni tv dal tuo pc. Lo è anche il computer stesso che ti permette di vedere le trasmissioni televisive in streaming. Anche lo smart phone che ti permette di vedere il tuo programma televisivo preferito anche se non sei a casa. Proprio così.
E cosa dire della reintroduzione dell’ICI sulla “prima casa” sotto forma di IMU? Si parla sempre di imposta sulla prima casa mentre si dovrebbe parlare di imposta su immobili che non sono abitazione principale. Io sono proprietario di una casa a Milano, non ci abito ma vivo in un appartamento in affitto a Ravenna, presso il quale ho la residenza. Per me quella di Milano è la prima casa, nel senso che non ne possiedo una seconda. Però in tutti questi anni, da quando Berlusconi ha sbandierato l’eliminazione dell’ICI sulla “prima casa”, io ho continuato a dover pagare l’ignobile balzello. Per contro, se una famiglia di quattro persone possiede 4 case e ognuna di queste è intestata e ognuno dei componenti, ognuno dei quali ne mantiene la residenza, si tratterà di quattro “prime case”.
Usare le parole per quello che significano è importante.
Musica per oggi: I Just Wasn’t Made For These Times dei Beach Boys
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